[Intervista] PATH OF SORROW
Nel panorama metal contemporaneo, sempre più band scelgono di costruire veri e propri universi narrativi, dove musica e testi si intrecciano in modo indissolubile. Con Horror Museum, il progetto della band si spinge oltre il semplice concept album, trasformandosi in un’esperienza immersiva fatta di immagini, simboli e paure condivise. Abbiamo approfondito proprio questo aspetto, entrando nel cuore della scrittura lirica e del mondo che prende forma dietro ogni brano.
1. In Horror Museum ogni brano racconta un “orrore” diverso: come avete deciso quali emozioni o immagini esplorare?
L’idea di base era quella di trasformare le paure della mente in qualcosa di concreto. Nel primo disco avevamo lavorato molto sulle paure più fisiche e istintive, mentre con Horror Museum volevamo entrare nella parte più mentale della faccenda. Ogni brano è come una stanza del museo: dentro ci trovi una paura diversa, un’ossessione, una fragilità. Non abbiamo fatto una lista a tavolino, è stato più un processo naturale. Quando un brano prendeva forma, cercavamo di capire quale “mostro” rappresentasse e da lì nasceva la storia.
2. I testi toccano concetti di follia, fragilità e ossessioni: c’è una fonte ricorrente per queste immagini?
Più che una singola fonte direi che è un mix di cose. Sicuramente c’è tanto horror, sia letterario che cinematografico, ma anche osservazione della realtà. Le paure più interessanti non sono quelle dei film… sono quelle che abbiamo tutti dentro. La follia, le ossessioni e la fragilità mentale sono cose molto più reali di qualsiasi mostro. Noi cerchiamo solo di dar loro una forma, spesso proprio sotto forma di “creatura”.
3. Come bilanciate liriche narrative con le esigenze ritmiche e melodiche del metal?
Di solito prima nasce la musica. I nostri chitarristi portano una struttura e noi lavoriamo sopra cercando di darle la giusta identità, come è successo con Path Of Sorrow. Quando il brano è abbastanza definito, cerchiamo di capire che atmosfera trasmette. Da lì Mat comincia a lavorare sul testo. Ovviamente deve funzionare sia come storia sia come parte della musica, quindi spesso si fanno piccoli aggiustamenti per far combaciare tutto con groove, ritmica e linee vocali. Alla fine il nostro obiettivo è sempre quello: far sì che musica e testo raccontino la stessa cosa.
4. Alcune tracce sembrano evocare archetipi horror classici: quanto siete affezionati al genere horror come narrativa?
Tantissimo. L’horror è una parte importante dell’immaginario della band. Non lo vediamo solo come intrattenimento, ma come uno strumento per parlare di cose molto umane. I mostri dell’horror spesso sono metafore delle nostre paure più profonde, ed è esattamente quello che cerchiamo di fare anche noi. Diciamo che usiamo il linguaggio dell’horror per raccontare ciò che abbiamo dentro.
5. La musica è un veicolo per il concept, ma i testi stessi creano immagini forti: c’è una lirica specifica di cui siete particolarmente orgogliosi?È sempre difficile sceglierne una, perché ogni brano rappresenta una parte diversa del concept. Per me, ad esempio, My Mask: parla del nascondere ciò che siamo per non spaventare chi ci circonda e che potrebbe non capirci. Ma ognuno di noi ha un brano preferito. Siamo sicuramente molto affezionati ai testi che riescono a trasformare una paura astratta in qualcosa di quasi “visibile”. Quando un ascoltatore riesce a immaginare la scena mentre ascolta il pezzo, vuol dire che il lavoro ha funzionato. Ed è esattamente quello che volevamo con Horror Museum: far vivere le stanze del museo direttamente nella testa di chi ascolta.


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