[Intervista] 30 DENARI

Con il loro ultimo album, i 30 Denari confermano una proposta artistica intensa e priva di compromessi, fondata su urgenza espressiva, tensione emotiva e uno sguardo critico sul presente. Un lavoro compatto e coerente che affronta temi come alienazione, rabbia e consapevolezza, senza rinunciare a una forte identità sonora. Abbiamo parlato con la band per approfondire la nascita del disco, il significato di “Modern Era Working Class”, il valore delle collaborazioni e il ruolo che la musica può ancora avere nel raccontare le contraddizioni del nostro tempo.

1. Dopo questo album, cosa definisce davvero l’identità dei 30 Denari?
Per noi l’identità dei 30 Denari non è mai stata qualcosa di fisso o “definitivo”, e questo disco non fa eccezione. Se proprio dobbiamo individuarla, sta nel modo in cui continuiamo a muoverci tra tensione, fisicità del suono e urgenza espressiva, senza cercare scorciatoie o compromessi estetici. Dopo questo album, quello che ci definisce ancora di più è forse la consapevolezza del percorso: sapere meglio cosa vogliamo tenere e cosa invece possiamo lasciare andare, senza perdere però l’istinto che ci ha sempre guidati. Quindi non è tanto una questione di stile o di direzione precisa, ma di attitudine. Finché resteremo coerenti con questo approccio — diretto, collettivo, a tratti imperfetto ma sincero — l’identità dei 30 Denari continuerà a essere quella.

2. Quanto è stato importante trovare una direzione così netta e senza compromessi?
È stato importante, ma non nel senso di una scelta “strategica” fatta a tavolino. Più che trovare una direzione netta, è stato un processo di emersione: a un certo punto ci siamo resi conto che quello che stavamo facendo aveva già una sua identità molto precisa e abbiamo deciso di non smussarla. Il nostro caos interno è stato un’amorevole guida, molto generosa nel creare complicazioni e spine. I compromessi spesso entrano in gioco quando si cerca di rendere tutto più accessibile o più ordinato, ma in questo caso ci sembrava che avrebbe significato perdere parte della verità del progetto. La direzione senza compromessi non è quindi una rigidità, ma un modo per restare fedeli a quello che il materiale ci stava già dicendo. In questo senso è stato fondamentale, perché ci ha permesso di non disperdere l’energia e di dare al disco una forma coerente, anche se a tratti spigolosa.

3. Il disco sembra parlare molto del presente: è una fotografia consapevole della realtà?
Più che una fotografia in senso statico, lo vediamo come una lettura emotiva del presente. Non ci interessava “documentare” la realtà o restituirla in modo oggettivo, quanto piuttosto filtrarla attraverso la nostra percezione. In questo senso è sicuramente consapevole, perché nasce da ciò che osserviamo e viviamo ogni giorno, ma non pretende di essere esaustivo o neutro. È una visione parziale, soggettiva, a tratti distorta, proprio perché vuole restituire anche lo stato mentale che quel presente genera. Inoltre non è una visione unica e rigida, ma mostra un’immagine cangiante, composta da tanti aspetti del mondo moderno che spesso tende a renderci statici e rigidi. Per noi era importante restituire proprio questa complessità, senza ridurla a una sola lettura.

4. Come nasce un brano come “Modern Era Working Class”?
Nasce come una sintesi di più livelli, sia musicali che concettuali. Spesso partiamo dalla sensazione che la musica stessa ci fa nascere — un’energia, una tensione, un’immagine sonora — che poi diventa il punto di partenza reale del brano. Da lì la mescoliamo con gli input che la moderna civiltà ci regala e, in parte, ci fa subire: tutto quello che assorbiamo quotidianamente, consciamente o meno, e che inevitabilmente finisce dentro la scrittura. Nel caso di “Modern Era Working Class”, il titolo e il concept sono arrivati abbastanza presto e hanno subito dato una direzione precisa al brano. Da lì abbiamo cercato di costruire una struttura che fosse coerente con quell’immaginario: qualcosa di diretto, fisico, quasi ossessivo. Come sempre, la fase decisiva è stata quella collettiva: l’idea iniziale viene smontata e ricostruita più volte fino a trovare un equilibrio tra impatto, testo e atmosfera. Non c’è mai un percorso lineare, ma una continua trasformazione. Alla fine il brano nasce proprio da questo processo: una sensazione iniziale che si contamina con ciò che viviamo e osserviamo, fino a diventare qualcosa di più definito, ma senza perdere la sua urgenza originaria.


5. Avete mai avuto il timore di risultare troppo diretti nei testi?
No, non in termini di “timore” vero e proprio. Più che altro c’è sempre una fase di confronto su quanto sia necessario dire qualcosa in modo diretto rispetto a come suona nel contesto del brano. La direttezza per noi non è una provocazione, quindi non la misuriamo in base a quanto può risultare forte o scomoda, ma in base a quanto è coerente con quello che il pezzo sta comunicando. Se un testo è esplicito è perché ci sembra il modo più onesto per restituire quella sensazione o quell’idea. Se un “timore” esiste, forse è quello di risultare retorici o moralisti, più che quello di essere troppo diretti. Cerchiamo sempre di evitare di trasformare ciò che diciamo in una lezione o in una verità assoluta. Detto questo, siamo consapevoli che la chiarezza può anche esporre di più e quindi generare reazioni molto diverse. Ma fa parte del processo: preferiamo correre il rischio di essere fraintesi o troppo esposti piuttosto che quello di diluire il messaggio fino a renderlo neutro.

6. Le collaborazioni nel disco aggiungono nuove sfumature: come le avete scelte?
Le collaborazioni nel disco non sono state pensate come “feature” in senso classico, ma come aperture naturali del nostro percorso. Le abbiamo scelte in base a una sintonia reale, prima ancora che musicale. In alcuni casi si tratta di affinità elettive, in altri di artisti che rispettiamo tantissimo e che ci sembravano figure speciali e significative nella scena musicale. In ogni caso ci interessava lavorare con persone che potessero portare un punto di vista diverso dal nostro, senza però snaturare l’identità del progetto. Le abbiamo scelte anche per dare un senso di unione che vorremmo vedere più spesso nella scena musicale, dove spesso prevale l’individualismo più che la collaborazione. L’idea era proprio quella di ampliare lo spettro emotivo e sonoro dei brani. In alcuni casi le collaborazioni hanno aggiunto pathos agli arrangiamenti, in altri hanno aperto spazi che da soli non avremmo esplorato. Ma sempre con un approccio molto organico, senza forzare la presenza dell’ospite. C’è anche una dimensione per noi importante: l’idea di costruire connessioni tra realtà diverse della scena. Le collaborazioni diventano quindi anche un modo per mettere in dialogo mondi affini, non per sommarli in modo artificiale.

7. Quanto conta la coerenza rispetto alla varietà in un album così compatto?
Per noi la coerenza è il filo che tiene insieme tutto il disco, soprattutto in un lavoro così compatto. Non volevamo fare una raccolta di episodi scollegati, ma costruire un flusso unico, quasi un organismo che mantenesse una tensione costante dall’inizio alla fine. La varietà però esiste, solo che lavora in modo più sotterraneo: nei dettagli, nelle atmosfere, nelle sfumature emotive o negli arrangiamenti. Ci interessa che tutto parli la stessa lingua, anche quando cambia forma e persino idioma, visto che Crez si cimenta con le sue origini sfaccettate. In generale cerchiamo un equilibrio naturale, senza forzare né l’omogeneità né la differenza. Se un elemento nuovo rompe la coerenza del disco, probabilmente non è il suo posto. Se invece riesce ad ampliare l’immagine generale mantenendo intatta l’identità del lavoro, allora diventa parte integrante del percorso. Alla fine per noi la compattezza del disco non nasce dal ripetersi, ma dall’avere una visione comune che tiene insieme tutte le sue variazioni.

8. Il vostro suono è molto riconoscibile: è stato difficile arrivarci?
Sì e no. Da un lato è stato un processo lungo, perché il nostro suono non nasce da una scelta immediata o da un riferimento unico, ma da anni di ascolti, esperienze e contaminazioni molto diverse tra loro. Ormai siamo anche dei “vecchi” che hanno accumulato anni e anni di ascolti ed esperienze che, volenti o nolenti, emergono e piegano le nostre volontà in maniera spesso non del tutto consapevole. Tutto quello che abbiamo vissuto musicalmente finisce per riaffiorare nei brani, anche quando non lo cerchiamo intenzionalmente. Dall’altro lato però non è stato qualcosa di costruito a tavolino. Più che “cercare” un suono riconoscibile, a un certo punto abbiamo iniziato a togliere ciò che sentivamo non necessario, lasciando emergere in modo più chiaro quello che ci rappresentava davvero. Anche il fatto che nella band convivano influenze molto diverse ha reso il percorso più complesso ma anche più personale. È stato importante trovare un equilibrio naturale tra tutti questi elementi senza forzarli, lasciando che il risultato restasse fluido e coerente con l’immagine dei brani. In questo senso il suono è diventato riconoscibile quasi come conseguenza del percorso, non come obiettivo dichiarato.

9. Che ruolo ha oggi la rabbia nella musica?
Oggi la rabbia ha ancora un ruolo fondamentale nella musica, ma forse è cambiato il modo in cui si manifesta. Non è più soltanto esplosione o protesta diretta: spesso è una tensione continua, più profonda e stratificata, che attraversa il modo di scrivere, suonare e comunicare. Per noi la rabbia non è mai un fine estetico o una posa. È una reazione naturale a ciò che viviamo, alle contraddizioni della società, al senso di pressione costante e alle forme di alienazione contemporanee. Però da sola non basta: se resta solo sfogo rischia di consumarsi rapidamente. Quello che ci interessa è trasformarla in qualcosa che generi riflessione, dialogo e connessione emotiva. In questo senso la rabbia diventa quasi un motore, una forza che spinge a cercare altre possibilità invece di accettare passivamente ciò che ci circonda. E forse oggi è importante proprio questo: usare la rabbia non per distruggere soltanto, ma per creare consapevolezza e aprire spazi di confronto reale.

10. Cosa volete che resti dopo l’ascolto del disco?
Vorremmo che dopo l’ascolto restasse una sensazione difficile da scrollarsi di dosso. Non necessariamente una risposta precisa, ma un dubbio, una tensione, qualcosa che continui a muoversi anche a disco finito. Ci piacerebbe che chi ascolta si sentisse meno solo dentro certe sensazioni, ma anche spinto a guardare ciò che lo circonda con occhi diversi. Non vogliamo lasciare messaggi chiusi o morali definitive, quanto piuttosto aprire uno spazio di riflessione e confronto. Se dovesse restare davvero qualcosa, vorremmo fosse l’idea che non serve schiacciare gli altri per emergere e che forse proprio nella condivisione delle fragilità, della rabbia e delle esperienze può nascere una forma diversa di consapevolezza. E magari anche quel piccolo seme di disagio o inquietudine che, col tempo, porta a porsi nuove domande invece di accettare tutto in modo automatico. Grazie di cuore per lo spazio concessoci, supportate la musica indipendente underground: vi regalerà tante emozioni!!!


Siti ufficiali:
– MY KINGDOM MUSIC: https://linktr.ee/mykingdommusic
– 30 DENARI: https://www.facebook.com/30denariband
https://www.instagram.com/30denariband


Commenti

Post popolari in questo blog

[Intervista] DRAMANDUHR

[Recensione] DIMITRY "The Revolution Of Evolution"

[Intervista] DISEASE ILLUSION