Intervista ai NODE
1. Il vostro ultimo lavoro conferma un sound moderno ma radicato nel thrash: quanto è importante per voi mantenere questo equilibrio?
Premetto che, in questi 32 anni di attività, ogni membro dei Node ha sempre portato le proprie influenze e i propri ascolti, mettendoli sul tavolo. L’integrazione avviene attraverso una continua ricerca negli arrangiamenti, cercando soluzioni che soddisfino tutti, magari riprendendo elementi già presenti nei lavori precedenti, sia nei riff che nel sound. Credo che questa sia la base della nostra identità forte. Mantenere questo equilibrio è fondamentale, anche a livello umano, visto che siamo quattro persone diverse.
2. Rispetto ai vostri dischi precedenti, quali sono le principali evoluzioni a livello compositivo?
Sicuramente c’è stata una deviazione verso sonorità più progressive e “settantaiane” in alcuni episodi. È stata quasi una reazione a catena che ci ha portato a esplorare territori mai toccati in 30 anni di carriera: una vera rinascita. Da lì ho iniziato a scrivere parti di tastiera, utilizzando synth, Hammond e Mellotron per enfatizzare queste atmosfere. Siamo usciti dalla nostra zona di comfort, ma divertendoci come mai prima.
3. Le strutture dei brani sembrano più dinamiche e articolate: è una scelta voluta?
Di solito io e Gabriele portiamo una base già completa, con batterie MIDI e arrangiamenti. Poi lavoriamo tutti insieme per rifinire il tutto. La fase iniziale è immediata, mentre quella successiva richiede più tempo perché subentrano creatività e sperimentazione. Ogni album dei Node è una storia a sé, anche per via dei cambi di formazione. Questa volta abbiamo lavorato molto di più sulle dinamiche e sulle strutture, con un approccio più maturo rispetto al passato.
4. Quanto ha influito la produzione nel rendere il disco più attuale e competitivo?
Direi almeno per il 60%. La qualità della produzione è sempre stata una nostra priorità. Anche in Canto VII tutto è stato curato nei minimi dettagli, dalle registrazioni al mastering. Il disco è stato mixato da Andrea Seveso e masterizzato da Niels Nielsen (In Flames), e credo abbiano contribuito a realizzare una delle nostre migliori produzioni di sempre.
5. Avete lavorato maggiormente sui dettagli tecnici o sull’impatto complessivo?
Direi un equilibrio perfetto, 50 e 50. Da un lato il livello tecnico della band è cresciuto naturalmente, dall’altro ci siamo divertiti a spingere anche sull’impatto e sull’aggressività.
6. Ci sono tracce che rappresentano un punto di rottura rispetto al passato?
Non parlerei di rottura. In 30 anni di carriera, l’esperienza influenza inevitabilmente l’evoluzione. Siamo più tecnici e atmosferici, ma senza rinnegare ciò che siamo stati. Se succedesse, significherebbe perdere lo spirito della band.
7. Come si è evoluto il contributo dei singoli membri nella scrittura?
Il metodo è sempre lo stesso: io e Gabriele portiamo le basi e poi tutti insieme sviluppiamo le idee. È un equilibrio che ha sempre funzionato.
8. Dal punto di vista lirico, che tematiche affronta Canto VII?
Canto VII è un concept che mette in parallelo il settimo canto dell’Inferno di Dante con la società contemporanea. L’album si apre proprio con la recitazione del celebre passaggio del “Pape Satàn”. Il demone Pluto diventa una metafora della tecnologia moderna, che controlla e condiziona i nostri comportamenti. Viviamo in una società dominata da velocità, competizione e apparenza, dove il denaro e l’ostentazione sono centrali, soprattutto nei social — quello che definiamo “The Sacred Theater of Nothingness”. È una riflessione sull’involuzione sociale: rabbia, conflitto e mancanza di dialogo sono ovunque. Abbiamo perso il contatto umano, l’empatia e la capacità di confrontarci davvero. Viviamo in una sorta di inferno moderno, mascherato dal progresso tecnologico.
9. Quanto conta la resa live nella costruzione dei brani?
Dovrebbe essere fondamentale… ma spesso ci pensiamo dopo! (ride) Scriviamo pezzi molto complessi e poi dobbiamo impegnarci il doppio per riprodurli dal vivo.
10. Dove vedete i Node nel prossimo futuro?
Il nostro obiettivo è continuare a suonare e divertirci il più a lungo possibile. In questi 30 anni la cosa più importante è sempre stata proprio questa: migliorarsi, ma senza perdere il piacere di fare musica. È quello che fa stare bene noi, chi suona con noi e chi ci ascolta.
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