[Recensione] WHATAFUCK "All My Faces"
(2026)
Nel panorama dell'alternative metal italiano, gli Whatafuck rappresentano una realtà difficile da incasellare in una sola definizione. Nati a Trieste e caratterizzati da un immaginario fatto di maschere, anonimato e atmosfere oscure, il progetto ha costruito negli anni una propria identità attorno a un metal diretto, aggressivo e fortemente ritmico. Con “All My Faces”, pubblicato nel 2026 per SUPERNOVA records, la band arriva al terzo capitolo della propria discografia, dopo “Stronger Than God” del 2021 e “My Nightmares” del 2023.
“All My Faces” è un album che parte da una formula musicale ben precisa: un moderno alternative metal costruito sul groove, nel quale convivono elementi heavy, nu-metal, industrial e urban metal, senza rinunciare a una componente melodica piuttosto marcata. Tra i riferimenti della band emergono nomi come Biohazard, Machine Head, Slipknot, Static-X e Soulfly, mentre sul versante più melodico si possono individuare richiami a Linkin Park, Godsmack e alle atmosfere più oscure dei Depeche Mode.
Il risultato non è quindi un semplice esercizio di nostalgia per il nu-metal degli anni Duemila. Gli Whatafuck recuperano alcuni degli elementi fondamentali di quella stagione — riff immediati, ritmiche potenti, alternanza tra aggressività e melodia, attenzione alla voce e atmosfere cupe — per inserirli in una produzione e in un'identità che guardano al metal contemporaneo. Ed è proprio il groove il vero protagonista del disco. Le chitarre non sembrano interessate al virtuosismo fine a se stesso: il loro compito è creare peso, movimento e impatto. Il riff deve essere fisico, riconoscibile, quasi istintivo. È una filosofia che avvicina gli Whatafuck alla tradizione di band come Biohazard e Soulfly, ma anche al groove metal più moderno di Machine Head e alla componente industriale degli Static-X.
A rendere il tutto più interessante è però il contrasto con la dimensione lirica e concettuale dell'album. Già il titolo, “All My Faces”, suggerisce un viaggio attraverso le diverse identità dell'individuo: le molte facce che mostriamo agli altri, ma anche quelle che nascondiamo. Il concetto acquista ulteriore forza se rapportato all'estetica stessa degli Whatafuck, costruita attorno a maschere e anonimato. La faccia diventa quindi contemporaneamente identità e maschera, persona e personaggio.
La tracklist comprende “Introspace”, “Kiss Of Keratis”, “Never Give Up”, “Point Of No Return”, “All My Faces”, “I Will Be The One”, “Dead Inside”, “Rage Of My Memory”, “Inside My Space” e “Religion And Godz”, quest'ultima con la partecipazione di Marco Calabrese. Le piattaforme digitali confermano una tracklist principale di undici brani, anche se alcune versioni riportano tracce bonus aggiuntive e presentano piccole differenze nei metadati.
Tra i brani che hanno avuto maggiore esposizione c'è “Kiss Of Keratis”, pubblicato come singolo e accompagnato da un videoclip ufficiale. Con i suoi poco più di tre minuti, il pezzo sintetizza bene la filosofia del disco: immediatezza, groove e aggressività vengono messi al servizio di una struttura accessibile e diretta. L'altro singolo che ha anticipato l'album è “Never Give Up”. Il titolo potrebbe sembrare quello di un classico inno motivazionale, ma inserito nel contesto oscuro degli Whatafuck assume una sfumatura diversa: non è la celebrazione ingenua della positività, bensì l'idea di resistere nonostante una condizione di difficoltà e conflitto.
Anche gli altri titoli sembrano ruotare attorno a una stessa dimensione psicologica. “Point Of No Return” evoca una situazione irreversibile; “Dead Inside” porta direttamente nel territorio dell'alienazione e del vuoto emotivo; “Rage Of My Memory” lega la rabbia al peso del passato; “Inside My Space” insiste invece sull'idea di uno spazio interiore, quasi una stanza mentale nella quale il protagonista dell'album è costretto a confrontarsi con se stesso.
La title track, “All My Faces”, rappresenta così il centro ideale dell'intero lavoro. Il concetto delle "facce" può essere interpretato come una riflessione sulle diverse versioni di noi stessi: quella che mostriamo agli altri, quella che nascondiamo, quella che vorremmo essere e quella che siamo realmente. È una tematica perfettamente compatibile con la musica degli Whatafuck, perché la loro stessa estetica vive di una contraddizione simile: mostrare un'identità attraverso il nascondimento del volto. In questo senso, “All My Faces” è meno un concept album tradizionale e più una galleria di stati mentali. Non sembra raccontare una storia lineare dall'inizio alla fine, quanto piuttosto mettere in scena diverse manifestazioni dello stesso conflitto interiore. Particolarmente interessante è anche “Religion And Godz”, realizzata con Marco Calabrese. Il brano amplia il discorso oltre la dimensione individuale e introduce un confronto con religione, fede e autorità. È un elemento che permette all'album di uscire, almeno in parte, dall'introspezione personale per affrontare anche il rapporto dell'individuo con ciò che pretende di definirlo dall'esterno.
Dal punto di vista musicale, uno degli aspetti più riusciti dell'album è proprio il rapporto tra pesantezza e melodia. Gli Whatafuck non rinunciano alla componente aggressiva, ma cercano continuamente un punto di equilibrio con ritornelli e linee vocali più accessibili. È qui che diventano comprensibili i richiami a Linkin Park e Godsmack: non tanto come imitazione diretta, quanto come modello di una scrittura capace di trasformare un riff pesante in una canzone immediatamente riconoscibile.
La componente più sorprendente tra le influenze dichiarate è forse quella dei Depeche Mode, perché suggerisce un interesse per atmosfere più fredde, elettroniche e malinconiche. È un dettaglio importante: dimostra che il progetto non vuole limitarsi alla dimensione muscolare del metal, ma cerca anche una certa profondità atmosferica.
Il principale limite del disco, però, nasce proprio dalla sua maggiore forza: le influenze sono molto evidenti. Biohazard, Slipknot, Static-X, Machine Head, Soulfly e Linkin Park sono riferimenti talmente riconoscibili che in alcuni momenti il rischio di sembrare già ascoltati è concreto. “All My Faces” non è quindi un album rivoluzionario e non pretende di esserlo. La sua originalità non sta nell'invenzione di un nuovo linguaggio, ma nella combinazione di elementi già esistenti all'interno di un progetto con una propria estetica. Ed è qui che gli Whatafuck riescono a difendersi bene: hanno un'identità.
Il loro immaginario visivo, l'uso delle maschere, l'anonimato, il groove, le tematiche introspettive e l'approccio urban formano un insieme sufficientemente riconoscibile. Non è necessariamente un'identità completamente nuova, ma è un'identità coerente. Anche il confronto con i lavori precedenti è significativo. “Stronger Than God”, pubblicato nel 2021 per Ghost Record Label, aveva rappresentato il debutto del progetto, mentre “My Nightmares” del 2023 aveva ulteriormente consolidato la direzione alternative metal. “All My Faces” appare come un passo verso una formula più concentrata e immediata, puntando maggiormente sulla definizione di un suono riconoscibile.
Anche la presenza di SUPERNOVA records come etichetta delle pubblicazioni recenti conferma una continuità nel percorso discografico, mentre l'attività promozionale di Broken Bones Promotion & Productions rappresenta un ulteriore passo nella volontà della band di aumentare la propria esposizione nel circuito metal. Alla fine, “All My Faces” è soprattutto un album di impatto. Non chiede all'ascoltatore di analizzare strutture progressive o virtuosismi strumentali: vuole arrivare direttamente al corpo attraverso il groove e contemporaneamente alla testa attraverso atmosfere e tematiche legate all'identità, alla memoria, alla rabbia e all'isolamento.
Il suo punto di forza è quindi la capacità di rendere accessibile un linguaggio metal che, pur partendo da coordinate conosciute, mantiene una certa personalità. Il suo punto debole è invece la difficoltà, in alcuni passaggi, di liberarsi completamente dall'ombra dei grandi nomi che ne costituiscono le principali influenze. Ma forse è proprio questo il modo corretto di leggere gli Whatafuck nel 2026: non come una band che vuole reinventare il metal, bensì come una realtà che cerca di prendere una grammatica già esistente e trasformarla nella propria voce.
“All My Faces” non è dunque un disco rivoluzionario, ma è un lavoro solido, energico e coerente. È un album che trova nel groove la propria forza, nella melodia il proprio elemento di accessibilità e nel tema dell'identità la propria chiave di lettura. E se il futuro degli Whatafuck passerà dalla capacità di sviluppare ulteriormente questi elementi, il passo successivo sarà soprattutto quello di rendere il loro linguaggio sempre meno riconducibile ai propri riferimenti e sempre più immediatamente identificabile come suono Whatafuck.
Un buon esempio di alternative/groove metal italiano contemporaneo: pesante, diretto e melodico, con un immaginario forte e un interessante sottotesto introspettivo. Non inventa un nuovo genere, ma dimostra di sapere molto bene cosa vuole essere.
M. Abominio
1. Introspace
2. Kiss Of Keratis
3. Never Give Up
4. Point Of No Return
5. All My Faces
6. I Will Be The One
7. Dead Inside
8. Rage Of My Memory
9. Inside My Space
10. Religion And Godz (feat. Marco Calabrese)
11. Inside My Space
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